In girum imus nocte et consumimur igni
Stanotte ho ancora dormito troppo poco. Avrei dovuto recuperare un po' delle ore di sonno perse in questa settimana appena finita, che mi ha lasciato un mal di testa da record, un bel raffreddore e una stanchezza inspiegabile. Ieri mi sono chiusa in casa e ho deciso che avrei dormito per tutto il weekend. E invece mi sono svegliata mille volte stanotte: continuavo a spalancare gli occhi come se avessi dormito per giorni interi.
Ho ripensato per tutto il giorno al perché di tutti quei risvegli, finché pochi minuti fa non ho capito: vi ho sognati, stanotte. Come fossimo i tre moschettieri che forse non siamo neanche mai stati, vivevamo un'avventura complicatissima e ricca di emozioni. Un vero en plein sognarvi entrambi in un colpo solo, in una stessa stanza. Ed è più che normale che il mio superego urlasse tanto forte da svegliarmi.
Ma non ho battuto ciglio: non trovo traccia della paura, della sofferenza che una volta si accompagnava puntualmente al vostro ricordo. Guardo vecchie foto sporche di torte e tramonti e lascio che la melloncollie faccia il suo corso, sapendo che passerà in fretta, che tornerò alla mia vita fra pochi, pochissimi istanti.
Come nella realtà, forse anche nel sogno ci sarebbe servito qualcuno che ci guidasse, che ci guarisse e ci purificasse dagli stupidi nodi che hanno rovinato i fili che correvano fra noi. Un D'Artagnan moderno che desse un significato a tutti i legami che non abbiamo mai capito. Forse anche una Barbie sarebbe bastata.
Non mi mancate mai sul serio, ormai l'ho capito. Ma arriva sempre quell'attimo in cui il vento soffia forte e io mi fermo ad annusarlo, a chiedermi come sarebbe stato continuare a giocarsi tutto, rimanendo nell'occhio del ciclone con un moschetto in mano.
Vi prego, state bene.
Ascolto un po' di musica, sperando che attiri le parole fuori dal cranio. Ascolto Halo dei Bloc Party, che non aiuta a far passare il mal di testa, ma fa bene al cuore e ad altri organi interni che non saprei come chiamare ma che so di avere, perché vibrano a ritmo ogni volta.
Avrei tante cose da raccontare, ma sono tutti incompiuti, storie che si concludono iniziando, come il cotone idrofilo e il fumo profumato.
A pranzo ho mangiato il sushi migliore della città. Per la prima volta l'ho mangiato da sola. Odio mangiare da sola, ma era il sushi migliore della città. E quando lo divido con lui ha lo stesso identico sapore, ma mi diverte molto di più.
Non sono più capace di improvvisarmi mattiniera, e mi chiedo come facessi a dormire due o tre ore per notte, qualche anno fa. Ho dormito troppo poco per tre notti di fila, e scommetto che domani diventeranno quattro. Odio la mattina. Sono ancora troppo giovane.
Ho un mascara nuovo. Lo avrei comprato solo per il nome che gli hanno dato.
Esauriti gli impegni che mi avevano buttata giù dal letto, sono andata a fare shopping. Sono tornata a casa con un ombrello e una sciarpa. E della sciarpa forse potrei parlare: ero in un grande negozio del centro, e mi guardavo attorno chiedendomi se non fosse meglio dimagrire, prima di comprare dei vestiti nuovi. Buttata sullo scaffale sbagliato, c'era una sciarpa. Era spiegazzata al punto tale che non ho capito subito cosa fosse, ma ho riconosciuto immediatamente le calaveras. E io, con la faccia che mi ritrovo, ho chiuso un occhio sul fatto che fosse blu e l'ho portata a casa con me: la perfezione esiste solo per approssimazione.
Poi ci sarebbe da raccontare di quella volta in cui mi sono seduta in un cinema alle 10 del mattino, e nei due posti davanti a me c'erano Lina Wertmüller e Mario Monicelli. Per renderlo interessante potrei impreziosire l'aneddoto con i sorrisi che abbiamo immortalato abbracciandoci come vecchi amici, o con le lunghe chiacchierate che ci siamo fatti nell'intervallo... ma abbiamo semplicemente condiviso delle sedie scomode, niente di tutto questo è successo, e io, pur stimandoli molto, non sono una fan girl. Sono ancora troppo giovane.
Magari potrei spendere due parole su quanto mi irrita sentirmi osservata, su quanto alcuni individui siano limitati, su quanto sia facile sentirsi minacciati quando si dorme ad occhi aperti, sul patetico bias edonico che impregna i rapporti umani. Ma le parole sono già diventate più di due, e non mi va di sprecarne ancora.
Ho aspettato per ore che arrivasse il momento giusto per una tisana. Ora è pronta, ma credo si sia fatto tardi. Non mi piace prendere la tazza dal manico, e mi brucio le dita.
Ho bisogno di storie nuove. Ho voglia di input, di libri, film, giochi, musica, parole. Ho voglia di tirare i dadi per lei. Ho voglia di portare questa mente altrove senza bisogno di fare i bagagli. Ma sono stanca, dormo poco e faccio sogni molto avventurosi. E tutto resta fermo, tranne il tempo. E la tisana si raffredda, le storie non nascono, e anche Halo, dopo 3 minuti e 36 secondi, finisce.

I will light the match this morning, so I won't be alone.
Credo otterrò il risultato opposto a quello che vorrei. Il conforto, il sollievo che cerco non arriveranno da soli. Ripensare a tutto questo non mi farà dormire meglio, ma voglio cambiare. Devo capire.
Non ricordo se da bambina fossi obbligata a baciare parenti e amici. Non credo che i miei genitori impartissero ordini di questo genere. Ma sono nata in un posto in cui abbracciare la gente è importante. Sono cresciuta in posti in cui la salvaguardia dell'uovo prossemico è un diritto riservato agli stronzi. E solo finché non vuoi gonfiarli di botte. Il contatto fisico, con queste premesse, dovrebbe essere normale, non dovrebbe disturbarmi. Dovrei anch'io riconoscerlo come necessario per consolidare i legami con amici e nemici. Eppure da tempo non è più così. Mia madre a volte dice che per me non lo è mai stato.
Sono una coccolona: posso farmi accarezzare, abbracciare, baciare per ore. Ma devo sceglierti. Ed è tutto così complicato, cazzo, quando so che non capisci perché ti abbraccio. Quando non apprezzi che io ti abbia scelto, fra tutti, per lasciare che tu possa toccarmi. Per chiederti di farlo.
Ci sono convenevoli patetici in cui le guance si sfiorano e le bocche si allargano in sorrisi mostruosi. Sono prese per il culo che io mi risparmierei. Ma posso permettermi di non abbracciare solo le persone che stringerei volentieri.
E ho lasciato che tutto questo facesse parte di me, ho lasciato che diventasse un disagio. Persino salutare, in alcuni momenti, diventa motivo di ansia: se ti avvicini per baciarmi le guance, sei sicuro di farmi bene? Posso chiederti, per favore, di non toccarmi? Non mi importa se hai bisogno di consolidare il nostro rapporto attraverso manifestazioni paraverbali e un po' primitive. Non è un problema mio. Tu non toccarmi, cazzo.
Non è così che ci si circonda di amici.
Ma con questa solitudine vivo ormai da sempre (sembra non abbia senso, dire "ormai da sempre", e invece è giusto così). Un po' come all'esubero di baci nel periodo natalizio, sono abituata a stare fra la gente. A volte farlo mi piace, ma spesso è solo perché so che poi finirà in fretta. Ma il mio tempo, il mio spazio, la mia stima non sono poi tanto preziosi; io non sono una snob, il problema non è quello.
La mia solitudine a volte fa male: quando mi chiudo in casa e resto da sola per un weekend intero, dal venerdì pomeriggio al lunedì mattina, fra i miei film, i miei giochi, i miei libri, e il telefono tace, alla fine sono sempre un po' più triste. Più stanca. E mi chiedo perché io non possa frequentare qualcuno, coltivare amicizie; mi domando perché starmi a genio sia così difficile, perché non mi vada mai bene niente. Troppo grassa, troppo stupido, ignorante, brutto, superficiale, rumoroso, invadente, troppo buono, troppo strana... diverso. Non ci riesco mai. Sono tutti così diversi da me. E io, dentro queste ossa, sento vivere un mondo così grande che non riesco a credere che ci siano altri mondi, fuori di qui. Trascuro gli amici, ignoro i conoscenti, evito gli sconosciuti. E poi ci sono loro, gli eletti: un manipolo di eroi condannati a vedersi rovesciare addosso tutto questo amore. Eletti un cazzo.
Ho già cercato rimedio, ma le mezze misure non sono mai state il mio forte. Ho stretto a me qualunque cosa o persona avessi attorno. Sucker love I always find someone to bruise and leave behind. E poi per mesi sono rimasta sola, completamente sola, senza neanche un posacenere. And leave you like they left me here, to wither in denial.
Perché tengo dentro tonnellate di invenduti, e non ci sono scale cromatiche: c'è una tale violenza nel mio affetto che io per prima resto schiacciata, soffocata dai miei goffi tentativi di dimostrarlo. E mi mordo la coda: quando ti dico che ti voglio bene, quando mi manchi, quando ti abbraccio perché ho voglia o bisogno di farlo, io so di stare vivendo un momento sacro, ma tu no. E io riesco a sentirlo. E tutto va a rotoli: le gote bruciano, i muscoli si contraggono e io mi sento tanto stupida, mi vergogno come se stessi rubando. Ho perso amicizie importanti per questo motivo: perché non hanno capito che erano importanti. Non si tratta di riconoscere un privilegio, ma solo di capire di averlo. Perché se sputi sul mio affetto, se lo consideri con leggerezza, se non capisci in tempo che ti ho scelto fra tutti per starmi vicino, io richiudo a chiave il guscio e tu non sei più niente. Diventi imbarazzo, vergogna e troppo spesso dolore. Troppo spesso.
Amare, stimare, abbracciare qualcuno dovrebbe darmi piacere, non regalarmi ore di tortura, in cui guardarmi allo specchio e pensare che sono stata un'idiota ad abbracciarti, che dirti che ti voglio bene è terribile, stupido e infantile, che non vorrai più vedermi, che ho sbagliato ancora.
Ho ritrovato una vecchia canzone. Non è mai stata un capolavoro, ma dovevo averla.
"Ma è triste", mi hai detto tu.
E io, che so che hai ragione, ho provato a riascoltarla.
Ma ho chiuso gli occhi quasi subito, e ho sentito fra le mani la sabbia, il freddo dello scoglio, il vento fortissimo. E ho visto il mare nero come il cielo. E un'onda che ballava a ritmo di musica.
Questa canzone non può essere altro che quel momento, avrà sempre l'odore elettrico di quella notte, e parlerà di una solitudine di cui ero grata, di labbra salate, di appartenenza e esperienze culminali.
E' un vero peccato che nessun altro potrà mai ascoltarla: questa canzone parla del giorno in cui ho ballato col mare.
"No, non è triste", ti ho risposto.